22/06/12

La vita, nonostante (il terremoto e Gramellini)

Questo post l'ho scritto una ventina di giorni fa, poi decido di tenerlo nel cassetto, lo perdo, lo riprendo, so che dovrei aggiornare il blog più spesso... ma insomma c'è "la vita (nonostante)".
Mi pare, tuttavia, che conservi un'essenza di adattabilità nelle tante situazioni che possiamo vivere, nelle disgrazie che ci propinano dai telegiornali, dalle frasi fatte che ci circondano.

Il post nasceva dalla frequenza con cui ho visto postare su facebook l'articolo di Gramellini "La vita, nonostante"

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1189&ID_sezione=56

Leggendolo mi sono chiesta: ma davvero ci si stupisce che la vita vada avanti anche dopo la peggiore tragedia? Davvero siamo diventati così arroganti e superbi da pensare che intorno a noi tutto si fermi? Davvero siamo così ciechi da non vedere che la natura ci impartisce ogni giorno, ogni momento una lezione di vita? Millenni che l'uomo (essere umano di genere maschile) si chiede filosofeggiando che cos'è la vita, che se lo chiede nella sua biblioteca, tra pagine di libri, con parole incomprensibili, concetti complicati e fuori la vita risponde. La vita è movimento, è procedere continuamente.

Un albero non fa domande sul terreno in cui sono immerse le proprie radici, sull'aria più o meno inquinata, sulle persone che lo toccano. Un albero è. Un fiore non si fa domande sulla grandezza dei propri petali, sul colore, sulla forma. Un fiore è.

Di conseguenza non riesco a capire quel nonostante. Non sarebbe più utile ragionare sul perché non vogliamo vivere quando tutto intorno a noi va bene? Non sarebbe più utile ragionare sui rifiuti che opponiamo continuamente alla vita, sul posticipare le nostre azioni, le nostre parole, sui pensieri che ci bloccano, sulle paure che agiscono in noi, sui freni che mettiamo ai nostri desideri?

Non esiste un concetto elaborato di vita, esiste la vita, e noi non possiamo fare altro che decidere come vivere!

27/05/12

Manifesto per la soppressione dei partiti politici - Simone Weil


Qualche settimana fa al Salone del Libro di Torino mi sono imbattuta nel catalogo di una casa editrice che preannunciava la ristampa del MANIFESTO PER LA SOPPRESSIONE DEI PARTITI POLITICI di Simone WEIL (testo pubblicato per la prima volta nel numero 26 della rivista francese “La Table Ronde” del 1950). È stata una folgorazione. Ho trovato quel breve testo in internet e ho pensato di metterne qualche assaggio perché può essere un'utile lente per leggere la nostra situazione attuale… e per capire come dagli anni Trenta del Novecento a oggi, il sistema dei partiti politici abbia invaso tutta la nostra società riducendo drasticamente la nostra capacità di pensiero e di conseguenza la nostra azione.

Voglio condividere con voi qualche passaggio di questo scritto per la sua allarmante attualità e per la grazia con cui Simone spiega l'effetto che i partiti politici hanno sulla nostra società e su di noi.

Secondo la Weil il totalitarismo è il peccato originale dei partiti. I partiti nel continente europeo sono nati come eredità del Terrore (il club dei giacobini francesi in precedenza era un luogo di libera discussione) e dall’influenza dell’esempio inglese (dove tuttavia è presente un elemento di gioco e di sport aristocratico che noi continentali non possediamo). 


Scrive Simone “Il fatto che i partiti oggi esistano non e’ in alcun modo un motivo per conservarli. soltanto il bene e’ un motivo legittimo di conservazione. Il male dei partiti politici salta agli occhi. La questione da esaminare e’ se ci sia in essi un bene che abbia la meglio sul male e renda cosi’ la loro esistenza desiderabile.”

Per Simone i caratteri essenziali di un partito politico sono tre:
- è una macchina per fabbricare passione collettiva (quindi un impulso al crimine e alla menzogna - come diceva Rousseau)
- è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte
- il fine primo, e in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la propria crescita, e questo senza alcun limite

Per via di questa tripla caratteristica, ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni. Se non lo è nei fatti, questo accade solo perché quelli che lo circondano non lo sono di meno. Inoltre è vago rispetto alla sua dottrina poiché la dottrina non è una merce collettiva. Il partito si trova quindi, per effetto dell’assenza di pensiero, in un continuo stato d’impotenza, che attribuisce sempre all’insufficienza del potere di cui dispone. Se anche fosse padrone assoluto del paese, le necessità internazionali gli imporrebbero limiti troppo ristretti. Diventa inevitabile che il partito sia esso stesso stesso il proprio fine. E così la tendenza essenziale dei partiti è totalitaria, non solo relativamente a una nazione, ma relativamente al globo terrestre. Poiché la concezione del bene pubblico propria all’uno o l’altro partito è una finzione, una cosa vuota, irreale, che essa impone la ricerca della potenza totale. E' per questo che c'è affinità, alleanza, tra il totalitarismo e la menzogna. 

La crescita del partito diventa l'unico desiderio: se quest’anno ci sono tre membri in più dell’anno scorso, o se l’autofinanziamento ha permesso di raccogliere cento franchi in più, si è contenti. Mai si potrebbe concepire che il loro partito possa avere in alcun caso troppi membri, troppi elettori, troppo denaro. La crescita materiale del partito diviene l’unico criterio rispetto al quale si definiscono in ogni caso il bene e il male. Esattamente come se il partito fosse un animale all’ingrasso, e l’universo fosse stato creato per farlo ingrassare.

Nel momento in cui la crescita del partito costituisce un criterio del bene, ne consegue inevitabilmente una pressione collettiva del partito sui pensieri degli uomini. Questa pressione, in effetti, esiste. Viene mostrata pubblicamente. E' ammessa, proclamata. Questo fatto ci farebbe orrore se l’abitudine non ci avesse talmente induriti. I partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia. La pressione collettiva è esercitata attraverso la propaganda, la persuasione, non la comunicazione della luce. I partiti parlano, è vero, di educazione nei confronti di quelli che sono venuti a loro: simpatizzanti, giovani, nuovi aderenti. Questa parola è una menzogna. Si tratta di un addestramento che serve a preparare l’influenza ben più rigorosa esercitata dal partito sul pensiero dei suoi membri.

Se un uomo, membro di un partito, è risolutamente deciso ad essere fedele in ogni suo pensiero unicamente alla luce interiore e a null’altro, non può far conoscere questa risoluzione al suo partito. E' allora, di fronte a esso, in stato di menzogna. Questa situazione non può essere accettata che a causa della necessità, che obbliga a entrare in un partito per prendere parte efficacemente agli affari pubblici. Se mi appresto a dire, in nome del mio partito, cose che stimo contrarie alla verità e alla giustizia, lo indicherò con un avvertimento preliminare? Se non lo faccio, mento. Se l’appartenenza a un partito obbliga sempre, in ogni caso, alla menzogna, l’esistenza dei partiti è assolutamente, incondizionatamente, un male.

Ma allora questa necessità è un male, e bisogna mettervi fine sopprimendo i partiti.

E' impossibile esaminare i problemi spaventosamente complessi della vita pubblica prestando attenzione contemporaneamente da un lato a discernere la verità, la giustizia, il bene pubblico, dall’altro a conservare l’atteggiamento che si conviene a un certo membro di un raggruppamento. Nessuna sofferenza attende chi abbandona la giustizia e la verità, mentre il sistema dei partiti comporta le pene più severe per l’indocilità. Penalità che toccano quasi tutto: carriera, sentimenti, amicizie, reputazione, onore, talvolta addirittura la vita di famiglia.

Quando in un paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco. In questo caso chi entra a far parte di un partito sarà preso da preoccupazioni che escludono quella per il bene pubblico. I partiti sono un meraviglioso meccanismo in virtù del quale, in tutta l’estensione di un paese, non uno spirito dedica un’attenzione allo sforzo di discernere negli affari pubblici, il bene, la giustizia, la verità. Ne risulta che – eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze fortuite – vengono decise e intraprese soltanto misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità.

Come aderire ad affermazioni che non si conoscono? E' sufficiente sottomettersi incondizionatamente all’autorità che le ha emanate (e questo meccanismo è stato introdotto nella storia dalla chiesa cattolica, nella sua lotta contro l'eresia). Il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito.
La nostra democrazia fondata sul gioco dei partiti, ognuno dei quali è una piccola chiesa profana armata della minaccia della scomunica. L’influenza dei partiti ha contaminato l’intera vita mentale della nostra epoca. E Simone scrive negli anni Trenta!!! Figuriamoci fosse viva oggi cosa direbbe... Chi che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel partito cose che gli sono parse giuste e buone. Ma non ha mai studiato la posizione del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle.


Entrare in un partito significa adottarne docilmente la disposizione d'animo. E' una posizione così confortevole! Perché equivale a non pensare! 

La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra proprio costituire un male senza mezze misure. Sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti. La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro. E' perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre, a livello pratico, che effetti positivi.

Questa soppressione estenderebbe la propria virtù di risanamento ben al di là degli affari pubblici. Perché lo spirito di partito è arrivato a contaminare ogni cosa. In un paese le istituzioni che determinano lo svolgersi della vita pubblica influenzano sempre la totalità del pensiero, a causa del prestigio del potere. Siamo arrivati al punto da non pensare quasi più, in nessun ambito, se non prendendo posizione “pro” o “contro” un’opinione e cercando argomenti che, secondo i casi, la confutino o la supportino. E' esattamente la trasposizione dell’adesione a un partito.

Come, nei partiti politici, esistono democratici che ammettono diversi partiti, allo stesso modo nell’ambito delle opinioni le persone di ampie vedute riconoscono un valore alle opinioni con le quali si dicono in disaccordo. Significa aver perso completamente il senso stesso del vero e del falso. Altri, una volta presa posizione per un’opinione, non accettano di esaminare nulla che le sia contrario. E' la trasposizione dello spirito totalitario. Quasi dappertutto l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è espansa, attraverso tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero.

Non è certo che sia possibile rimediare a questa lebbra che ci sta uccidendo, senza cominciare dalla soppressione dei partiti politici.



















20/05/12

La politica delle donne – Ada Natali e il dissenso dal Patto Atlantico

Da ieri è un rincorrersi di notizie sulla bomba di Brindisi. Anche se una persona non avesse la televisione in casa (aspettando gli “approfondimenti” dei vari talk show da domani all'infinito) facebook si è riempito all'istante di foto, parole, pensieri in ricordo di Melissa. Ma soprattutto si è riempito di parolacce, minacce, associazioni mentali su chi possa essere stato il colpevole. Serpeggia il bisogno – espresso o inespresso – di trovare il colpevole, il capro espiatorio che possa portare via tutte le colpe e nello stesso tempo renderci immuni dal fatto di essere noi colpevoli. Certo non è mia intenzione scrivere che siamo tutti e tutte potenzialmente assassini e assassine, ma quanto male facciamo a chi ci circonda e anche a chi vive più in là del nostro sguardo quando non privilegiamo la relazione? Quando ci muovono gli interessi – più o meno giustificati – come possiamo pensare di creare relazioni sane? Quando solleviamo polemiche – molto spesso inutili – come possiamo essere sicuri e sicure che l'energia prodotta non faccia male a qualcuno o a qualcuna?

Proprio per questo motivo, aldilà delle polemiche che leggo ovunque e che cresceranno in modo esponenziale – voglio dare il mio contributo con un pensiero tratto dal primo numero dei quaderni “Storia delle Marche in età contemporanea” dell'Associazione di Storia Contemporanea dell'Università di Macerata. Tra i vari saggi mi ha colpito quello di Eleonora Marsili dedicato alla prima sindaca italiana – ADA NATALI -.

Ada Natali fece parte anche della prima legislatura e nella sua attività politica pose il problema della tutela delle donne che diventavano madri. Ciò che mi interessa condividere ora è il discorso tenuto il 16 marzo 1949 quando Ada Natali espresse la propria volontà di votare contro il Patto Atlantico. Non credeva alle parole del Governo che presentava il Patto Atlantico con scopi pacifici: lo considerava invece un patto di guerra che avrebbe sancito l'effettiva liquidazione dell'ONU, unica organizzazione per la collaborazione internazionale e la realizzazione della pace nel mondo.

“Signori, in nome delle donne da me rappresentate, in nome di tutti i bambini, di tutti gli umili e i semplici, non solo delle Marche ma di tutta Italia, io vi invito a riflettere su quanto state per fare! Grande è la vostra responsabilità; ascoltate il monito che a voi sale e da questi banchi e da tutto il Paese! L'umanità è stanca di dolori e di odio; non imbrancatevi in guerre fratricide; fate sì che il popolo italiano tenda la sua mano ai popoli di tutto il mondo, e cooperate alla felicità degli umili, dando pane, pace e lavoro! Ove questo voi non facciate, noi ci opporremmo con tutte le nostre forze a che il nostro Paese e gli altri paesi, ove si lavoro e si soffre, non siano nuovamente devastati dalla vostra guerra inutile e criminale”.

Queste parole che oggi potremmo applicare facilmente all'Unione Europea e a tutti i patti economici dissodate dall'oscurità in cui stanno riposando possono costituire una genealogia femminile utile alle donne che decidono di entrare nelle istituzioni per cambiare questo modello di potere individualistico e non relazionale che ci vendono come l'unico possibile e praticabile.

01/05/12

R(E)sistenza

A volte alcuni post richiedono esigono da noi di essere scritti... questo è un post dedicato a tutte le donne che hanno partecipato alla Resistenza e che ancora oggi riescono a darci lezioni di umiltà e di dignità con semplici parole e gesti.

Sabato mattina ho partecipato ad un incontro organizzato per celebrare le donne del Partigianato piemontese. L'intenzione delle organizzatrici era tracciare una sorta di genealogia femminile con alcune esponenti di un partito politico e con le giovani attiviste. Velocemente ricordo che il ruolo delle donne nella Resistenza per molti decenni è rimasto misconosciuto, dimenticato, confinato in pochi nomi di donne famose perché hanno intrapreso carriere politiche o sono diventate personagge di primo piano.

Di solito quando partecipo ad un convegno mi piace prendere appunti e mescolare ciò che dicono le persone che parlano alle mie impressioni. Guardare il pubblico. Segnare alcuni momenti. Vicino a me siede una donna molto anziana, avrà tra gli ottanta e i novant'anni e a un certo punto mi dice "Brava, vedo che prende appunti". La terza persona è un segno di rispetto che mi fa ricordare un'altra donna fantastica che ho avuto la fortuna di conoscere qualche anno fa. Si chiama(va) Suso Cecchi d'Amico e per presentarmi a suo figlio una volta ha detto: "Ecco una mia amica". La terza persona è rispetto. Rispetto ancora più profondo quando è utilizzata da una persona più anziana nei confronti di una più giovane.

Solo durante il momento dedicato alla premiazione scopro che la persona seduta accanto a me si chiama Cecilia Genisio ed è una Partigiana. Finito il convegno, durante il quale mi sono molto emozionata, sentendo i racconti di queste donne, mi rivolgo a Cecilia scusandomi se oggi l'Italia è ridotta in questo stato, se i valori che hanno indirizzato le sue azioni sono stati calpestati in questo modo. Lei invece con uno splendido sorriso mi dice "Facciamo una foto. Voglio portarla nei miei ricordi personali". Sono rimasta sbigottita perché quelle al massimo dovevano essere mie parole, non sue. Che senso ha per una donna che ha avuto una vita come la sua dirmi quella frase?

Quando ha ritirato l'attestato la giornalista che moderava l'incontro le ha chiesto di aggiungere qualche ricordo a quel momento. Lei, che è di Cuorgnè, racconta che il suo è stato l'unico paese piemontese ad arrendersi senza che ci fosse spargimento di sangue e che lei è stata contenta di aver partecipato alla resa, riuscendo a risparmiare delle vite umane.

In questi giorni ho ripensato molto a questo incontro. Al significato che voglio dare alle parole di Cecilia. Mi piace pensare alle sue parole come a un invito a dimostrare il suo stesso coraggio nelle mie scelte personali e nel mio modo di stare al mondo. Vivere richiede coraggio e senso di responsabilità. Molto spesso può essere difficile, ci sono momenti bui. La relazione con gli altri e con le altre, il riconoscimento, la genealogia, ci possono aiutare. Condivido questo mio momento con voi affinché un po' del coraggio di Cecilia e delle sue compagne vi raggiunga.

28/04/12

Utopia & Realismo

Ieri sera ho visto un servizio sui Rai5 che mi ha colpito molto e di cui vorrei parlare perché in questi giorni sto pensando molto ai piccoli gesti che rendono il mondo un posto speciale. Ciò di cui vi parlerò è un grande progetto, un'idea immensa e rivoluzionaria che però non trova spazio in un nostro telegiornale o nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico. Dopo tre settimane in giro per il Sudamerica mi sono accorta di quanto siamo stritolati e stritolate (le donne sempre un po' di più) dal gossip o da chi utilizza la nostra rabbia, frustrazione, depressione per la propria carriera o i propri interessi.

Quest'uomo si chiama Gordon Sato ed è un biologo americano - ma di evidenti origini giapponesi - che sta portando avanti da tutta la vita un progetto che si chiama Manzanar. http://themanzanarproject.com/index.html
Il progetto è così utopico e nello stesso tempo molto pratico: da trent'anni Gordon pianta mangrovie in Eritrea. E questo dovrebbe farci interessare in prima persona in quanto l'Eritrea fu una colonia italiana per molti anni e come spesso accade una rielaborazione storica non avviene. L'Eritrea oggi è anche uno dei paesi più poveri della Terra a causa del clima desertico che rende quasi impossibile praticare un'agricoltura di sussistenza.

Ecco che quindi il progetto di Gordon Sato acquista quindi un valore aggiunto e che meriterebbe, già solo per il suo coraggio, visibilità. Dal 1987 a oggi sono state piantate circa 800.000 mangrovie. La presenza delle mangrovie ha permesso la prolificazione di molti pesci rendendo così praticabile la pesca. E il pesce è un alimento importante per la dieta umana. Non solo, le mangrovie diventano anche possibile cibo per le pecore e le capre creando così un'agricoltura di sussistenza.



Il progetto Manzanar ha ricevuto alcuni riconoscimenti a livello internazionale che fanno ben sperare per il proseguimento del progetto e per la possibilità che venga replicato in altre parti del mondo. Attualmente sono partite sperimentazioni in Mauritania e si pensa di poter piantare Mangrovie in buona parte del deserto del Sahara in modo da combattere anche il riscaldamento globale.

Ma c'è qualcosa di più, che merita attenzione in questo progetto. Ed è il titolo: The Manzanar Project. Il Manzanar è il più (????) conosciuto campo di concentramento americano durante la seconda guerra mondiale. In quel campo Gordon fu imprigionato con la sua famiglia e riuscì nel 1944 a conseguire il diploma. Divenne poi biologo e professore di importanti università ma fu proprio questa esperienza che gli segnò la vita anche in modo positivo, visto che il suo progetto è stato fortemente segnato dagli anni passati nel campo.



21/03/12

Qual è la riforma del lavoro che veramente vogliamo? (omaggio a Simone Weil)

In questi giorni telegiornali e quotidiani ci riempiono di un'ansia che culminerà con il tanto atteso (?!) accordo sulla riforma del mercato del lavoro. Atteso da chi? sarebbe la prima domanda ... a cui facilmente si può rispondere atteso da tutte le parti in gioco (politica, sindacati, lavoratori, lavoratrici, aspiranti lavoratori e aspiranti lavoratrici). Anche dall'estero - ci dicono - guardano con attenzione ciò che accade in Italia... Più che sull'attesa, che dò per scontata, vorrei concentrare l'attenzione sul tipo di relazione che si crea tra le varie parti in gioco. Ci sarà uno scontro basato sui rapporti di forza o si penserà veramente al benessere delle persone?

Qualche tempo fa ho letto il libro di Simone Weil, La prima radice. Alcune considerazioni relative allo sradicamento operaio sono una lente di ingrandimento rispetto a ciò che succede oggi.

Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell'anima umana. E' tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all'esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l'essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall'ambiente. A ogni essere umano occorrone radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasti tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente.

La condizione del salariato - completamente e perpetuamente legata al denaro - costringe ad essere sempre tesi mentalmente alla busta paga operando uno sradicamento morale delle persone. I salariati sono esiliati e poi riammessi di nuovo, quasi per tolleranza, come carne da lavoro. La disoccupazione è uno sradicamento alla seconda potenza perché le persone non si sentono in casa propria né in fabbrica, né nelle loro abitazioni, né nei partiti e sindacati che si dicono fatti per loro, né nei luoghi di divertimento, né nella cultura intellettuale.


Lo sradicamento è di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane, perché si moltiplica da sola. Le persone realmente sradicate non hanno che due comportamenti possibili: o cadere in un'inerzia dell'anima quasi pari alla morte o gettarsi in un'attività che tende sempre a sradicare, spesso con metodi violentissimi, coloro che non lo sono ancora o che lo sono solo in parte.

Che cosa giova agli operai ottenere con le loro lotte un aumento dei salari ed una disciplina meno dura se contemporaneamente in qualche ufficio, gli ingegneri, senza alcuna intenzione malvagia, inventano macchine destinate ad esaurirli corpo ed anima o ad aggravare le difficoltà economiche? Che cosa servirebbe loro la nazionalizzazione parziale o totale dell'economia, se lo spirito di quegli studi non mutasse? Finora i tecnici non hanno mai avuto altra finalità oltre quella delle esigenze produttive. Se cominciassero ad avere sempre presenti allo spirito i bisogni degli operai, tutta la tecnica produttiva dovrebbe a poco a poco essere trasformata.

Chi cerca di compiere dei progressi tecnici dovrebbe avere continuamente fissa nel pensiero la certezza che, fra tutte le carenze che ci sono nella produzione, lo sradicamento operaio è quella più diffusa. La materia esce nobilitata dalla fabbrica, gli operai ne escono avviliti. Si può porre rimedio a questa situazione? Questo pensiero dovrebbe far parte del sentimento del dovere professionale e di quell'onore professionale che chiunque abbia compiti di responsabilità in un paese e in un'industria dovrebbe possedere.


Uno dei doveri essenziali dei sindacati operai, se ne fossero capaci, sarebbe quello di far penetrare un'idea simile nella coscienza universale. Se la maggior parte dei lavoratori e delle lavoratrici diventasse pressapoco felice, non pochi problemi apparentemente essenziali e angosciosi sarebbero non solo risolti, ma aboliti. L'infelicità è un brodo di coltura per falsi problemi. Fa nascere ossessioni. Il mezzo per placarle non è di dare quel che esse pretendono, bensì di far sparire l'infelicità.

Ora io mi chiedo: perché pensieri come quelli di Simone Weil non sono alla base dei nostri ragionamenti sulla società? Perché rimane confinata tra poche persone - soprattutto donne - e non viene citata, ripresa, adattata all'oggi? Che almeno questo post le possa fare da cassa di risonanza, piccolo contrappeso alla stazza degli altri filosofi che infestano la politica e le relazioni tra le persone.

Giornata mondiale della Poesia

Oggi leggo che è la giornata mondiale della poesia - ormai ci sono giornate mondiale per tutto... tra poco ci saranno accavallamenti di feste o un allungamento del calendario per dare spazio ad ogni iniziativa !!! tuttavia la poesia ci abita e ci racconta quindi mi fa piacere condividere qualche testo. Per non sovraffollare anch'io la giornata ho scelto di condividere due testi che mi piacciono molto...


Una donna (Giorgio Gaber)

Una donna fasciata in un abito elegante
una donna che custodisce il bello
una donna felice di essere serpente
una donna infelice di essere questo e quello.

Una donna che a dispetto degli uomini
diffida di quelle cose bianche
che sono le stelle e le lune
una donna cui non piace la fedeltà del cane.

Una donna nuova, appena nata
antica e dignitosa come una regina
una donna sicura e temuta
una donna volgare come una padrona.

Una donna così sospirata
una donna che nasconde tutto
nel suo incomprensibile interno
e che invece è uno spirito chiaro come il giorno.

Una donna, una donna, una donna.

Una donna talmente normale
che rischia di sembrare originale
uno strano animale, debole e forte
in armonia con tutto anche con la morte.

Una donna così generosa
una donna che sa accendere il fuoco
che sa fare l’amore
e che vuole un uomo concreto come un sognatore.

Una donna, una donna, una donna.

Una donna che resiste tenace
una donna diversa e sempre uguale
una donna eterna che crede nella specie
una donna che si ostina ad essere immortale.

Una donna che non conosce
quella stupida emozione
più o meno vanitosa
una donna che nei salotti non fa la spiritosa.

E se questo bisogno maledetto
lasciasse in pace i suoi desideri
e se non le facessero più effetto
i finti amori dei corteggiatori
allora ci sarebbero gli uomini
e un mondo di donne talmente belle
da non avere bisogno
di affezionarsi alla menzogna del nostro sogno.

Una donna, una donna, una donna.
Una donna, una donna, una donna.


L'altro testo è di una poeta che ho scoperto da poco, sconosciuta quasi in Italia ma citata da Gioconda Belli nel suo ultimo libro Il paese delle donne. Si chiama Ana Maria Rodas e negli Settanta ha scritto la raccolta Poesia della sinistra erotica 


Per una donna questo non va bene (Ana Maria Rodas)



Te, ti terrorizza
parlare di queste cose.
Le senti, certo, ma ti rodono solo dentro.
Perché come dire “io desidero”?
-noi donne non desideriamo
ci limitiamo a fare figli-
Come puoi chiedere al tuo sposo
che ti lecchi e ti monti
-questo non l’hai imparato a scuola-
E quando lui raggiunge il suo orgasmo egoista
non puoi gridargli
non sono venuta.
Né puoi masturbarti
o trovarti un amante.
Per una donna questo non va bene.
 

20/03/12

Democrazia III ovvero quanto ci possono insegnare le culture indigene

Dopo aver parlato degli Stati Uniti e dell'Italia voglio condividere alcuni articoli della costituzione boliviana che danno l'idea di come un paese possa riconoscere nelle proprie differenze una fonte di meravigliosa ricchezza e di potenziale espressivo che difficilmente esiste in quelle che nel nostro immaginario sono le democrazie vere e proprie ...

http://www.asud.net/file/COSTITUZIONE_BOLIVIA_2008.pdf


il preambolo riconosce che lo stato politico si inscrive in quello fisico e nella storia delle persone "In tempi immemorabili si innalzarono montagne, si formarono fiumi e laghi. La nostra Amazzonia, il chaco, l'altipiano e le nostre pianure e valli si coprirono di verde e di fiori. Abbiamo popolato questa sacra Madre Terra con volti differenti, comprendendo la pluralità delle cose e la nostra diversità in quanto esseri umani e culture. In questo modo si sono formati i nostri popoli, e mai abbiamo compreso il razzismo che abbiamo sofferto sin dai tempi luttuosi della colonizzazione né mai lo comprenderemo".


TITOLO I
BASI FONDAMENTALI DELLO STATO

Articolo 2 Data l’esistenza precoloniale delle nazioni e popoli indigeni contadini originari, e il loro dominio ancestrale sul proprio territorio, si garantisce la loro autodeterminazione nella cornice dell’unità dello Stato, che consiste nel loro diritto all’autonomia, all’autogoverno, alla cultura, al riconoscimento delle loro istituzioni
e al consolidamento delle loro entità territoriali, in accordo con questa Costituzione e con la legge.

Articolo 3 La nazione boliviana è costituita dalla totalità delle boliviane e dei boliviani, dalle nazioni e popoli indigeni originari, contadini e dalle comunità interculturali e afroboliviane, che congiuntamente costituiscono il popolo boliviano.

Articolo 8 I. Lo Stato assume e promuove come principi etici e morali della società plurale: ama qhilla, ama llulla, ama suwa (non essere pigro, non essere bugiardo, non essere ladro), suma qamaña (vivere bene),
ñandereko (vita armoniosa), teko kavi (buona vita), ivi maraei (terra senza male) e qhapaj ñan (cammino o vita nobile).

II. lo Stato si regge sui valori di unità, uguaglianza, inclusione, dignità, libertà, solidarietà, reciprocità, rispetto,
complementarietà, armonia, trasparenza, equilibrio, uguaglianza di opportunità, equità sociale e di genere nella partecipazione; benessere comune, responsabilità, giustizia sociale, distribuzione e redistribuzione dei
prodotti e dei beni sociali per vivere bene.


Democrazia II ovvero il potere è mio e me lo gestisco io


Domenica sera a Torino c'è stato un concerto al Teatro Regio per chiudere i festeggiamenti dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Il concerto doveva essere pubblico e gratuito e invece si è rivelata l'ennesima blindatura della città e dei potenti (?!?!) con un cordone di polizia e carabinieri ad assicurare l'ordine pubblico. Ora mi chiedo come sia possibile pensare che ogni persona sia potenzialmente intenzionata a fare del male e come sia possibile che queste persone che eseguono gli ordini lo facciano senza mettere in gioco la propria soggettività. Forte del convegno "Culture indigene di pace" a cui ho partecipato, mi sono messa a parlare per una mezz'oretta con alcuni poliziotti e ho scoperto che: il loro unico problema è percepire uno stipendio e rispettare gli ordini che ricevono (se devono attaccare attaccano senza pensare che ci sia una persona davanti a loro che ha il diritto di passeggiare per la propria città tanto quanto chi partecipa al convegno).

Poi ieri appare su facebook questa foto che mostra Luciana Litizzetto ... che tristezza! che tristezza vedere una persona che in televisione sostiene il movimento No Tav e un'idea di democrazia partecipata che partecipa a questo concerto aderendo quindi alle modalità con cui è stato realizzato. Si sa che il sistema richiede per essere portato avanti anche qualcuno che vada contro, ma non troppo, che crei consenso altro ma che nello stesso tempo aderisca a quel sistema perché senza quel sistema non sarebbe così ricco o ricca. Un sistema che prevede prima dell'arricchimento personale un benessere per ogni persona e per ogni cosa richiede uno sforzo che poche persone nella nostra società sono in grado di fare ... perché significherebbe in primo luogo rinunciare ai propri privilegi!


Democrazia ovvero ogni persona è potenzialmente una terrorista fino a prova contraria

Tra qualche giorno partirò per un viaggio in Sudamerica ... Bolivia e Brasile mete sicure nel mezzo chissà... Il volo di andata fa scalo a Miami e lungi dal Welcome to Miami cantato da Will Smith ho dovuto compilare una dichiarazione per poter sostare negli USA - anche se solo per aspettare la coincidenza che mi portasse a La Paz ... posto alcune delle domande a cui ho dovuto rispondere perché quella che viene considerata un modello di democrazia in tutto il mondo (esportabile a suon di guerre e che comunque contiene il diritto alla felicità nella propria costituzione) pratica il pensiero che ogni persona che passa sul suolo americano è potenzialmente una terrorista e sta a lei/lui l'onere della prova per togliersi da questa accusa !!!

Malattie contagiose
Ai sensi delle leggi degli Stati Uniti, le malattie contagiose che riguardano la salute pubblica sono:
  • Ulcera molle
  • Gonorrea
  • Granuloma inguinale
  • Lebbra, infettiva
  • LGV (linfogranuloma venereo)
  • Sifilide, fase infettiva
  • Tubercolosi, attiva
  • Altre malattie specificate dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani.   
Disturbi fisici o mentali
Per quanto riguarda i disturbi fisici o mentali, rispondere ”Sì” a questa domanda se:
(a) Si soffre attualmente di un disturbo fisico o mentale e se il comportamento associato al disturbo potrebbe rappresentare, o ha rappresentato, una minaccia alla proprietà, alla sicurezza o al benessere di se stessi o di altri; o
(b) Si è sofferto di un disturbo fisico o mentale e se il comportamento precedentemente associato al disturbo, che ha rappresentato una minaccia alla proprietà, alla sicurezza o al benessere di se stessi o di altri, potrebbe ripetersi o condurre ad altri comportamenti dannosi.